Il punto cieco della blockchain

Scritto il . Pubblicato in Anticontraffazione.

Nel panorama della Brand Protection moderna, la parola d'ordine è diventata "digitalizzazione". Aziende di ogni settore – dalla cosmetica di lusso al farmaceutico, fino al settore Wine & Spirits – investono milioni in registri distribuiti, piattaforme Cloud e sistemi Blockchain. L'obiettivo è nobile e sacrosanto: creare una traccia immutabile della storia di un prodotto, dal lotto di produzione fino allo scaffale.

Esiste tuttavia un malinteso tecnologico tanto diffuso quanto pericoloso: confondere la sicurezza del dato (Blockchain) con la sicurezza del supporto (anticontraffazione corGae).

Blockchain

L'enigma dell'ultimo miglio fisico

La Blockchain che garantisce la sicurezza del dato è, per sua natura, un registro matematicamente perfetto. Se un dato vi viene inserito, quel dato è inviolabile. Ma la Blockchain vive nel cloud. Non ha occhi per guardare il mondo reale; non può toccare un cartoncino, né analizzare la chimica di un'etichetta. Essa si limita a credere ciecamente a ciò che le viene comunicato attraverso una scansione o una digitazione.

Ed è esattamente in questo spazio vuoto – che i tecnici chiamano l'ultimo miglio fisico – che si annida la truffa più pericolosa per i marchi.

Il paradosso della copia conforme

Immaginiamo uno scenario purtroppo comune. Un brand di alta gamma stampa un QR Code in chiaro su un'etichetta e lo collega a una Blockchain di tracciabilità. Il consumatore finale inquadra il codice con il proprio smartphone e il sistema risponde: "Prodotto Autentico".

Cosa impedisce a un falsificatore industriale di scattare una fotografia ad altissima risoluzione di quell'etichetta, o di scannerizzarla, per poi stamparne diecimila copie identiche da applicare su altrettanti prodotti contraffatti? Assolutamente nulla.

Quando un ignaro consumatore acquisterà uno di questi prodotti falsificati e ne scansionerà il codice, lo smartphone interrogherà la Blockchain. E la Blockchain, leggendo un codice formalmente valido e presente nel suo registro, risponderà nuovamente: "Prodotto Autentico".

La Blockchain è stata hackerata? No. Ha semplicemente convalidato una fotocopia.

Il "first-scan dilemma"

Molti sistemi software tentano di arginare questo problema tracciando la duplicazione: se un codice viene letto due volte, il sistema segnala l'anomalia. Ma anche questa logica si scontra con una falla fisiologica sul campo (il cosidetto dilemma della prima lettura o firss-scan-dilemma).

Se il prodotto contraffatto viene venduto e scansionato prima dell'originale, il sistema convaliderà il falso come autentico. Quando, giorni dopo, il legittimo acquirente del prodotto vero scansionerà il suo codice, il software farà scattare l'allarme duplicato, etichettando paradossalmente il cliente onesto – e il prodotto originale – come un falso.

La soluzione: l'ancora crittografica

Per uscire da questo vicolo cieco, è necessario un cambio di paradigma: il codice digitale che traccia il prodotto non deve essere separato dal supporto fisico, ma deve essere fuso con esso in modo non replicabile.
La sicurezza ha bisogno di un'ancora fisica (la cosiddetta cripto-anchor). Questa potrebbe essere rappresentata da un elemento microscopico o da una stampa con inchiostri invisibili, dinamica e non percettibile a occhio nudo che agisce come la "firma biologica" dell'astuccio o dell'etichetta. Se per un comune utente queste barriere sono inviolabili, diversa è la stituazione per una contraffatore di professione. Quello che possiamo fare noi può farlo lui se dispone delle stesse tecnologie. Quello che non può fare è predire un codice che è stato generato con un algoritmo a lui sconosciuto e qui sta la forza del nostro sistema di anticontraffazione che, in questo modo, riesce a svelare qualsiasi falso.


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